ASIA - "Oltre all’enorme perdita di vite umane e ai consistenti danni materiali, lo tsunami nella provincia indonesiana di Aceh ha significative ricadute legali che per ora non emergono con chiarezza ma che in futuro causeranno notevoli difficoltà alla popolazione".
Lo ha detto alla MISNA Emmanuel Altit, avvocato per i diritti umani, recatosi in Indonesia dopo il maremoto del 26 dicembre scorso in rappresentanza dell’’Organizzazione internazionale per i diritti allo sviluppo’ (Idlo), che aiuta i Paesi del sud del mondo a realizzare o migliorare il proprio ordinamento giuridico. "C’è un problema di base " spiega il legale francese - che provoca una serie di conseguenze collaterali: la difficoltà a dimostrare giuridicamente la morte di qualcuno o la perdita dei beni materiali. Il numero di coloro che sono rimasti uccisi o sono stati colpiti dalla catastrofe è così elevato (per l’Indonesia si parla finora di oltre 166.000 decessi) che è impossibile seguire le normali procedure legali".
L’avvocato aggiunge che, in condizioni di questo genere, è persino difficile dimostrare che non si ha più niente e, quindi, che si ha diritto agli aiuti. Tra l’altro il numero dei morti e dispersi è così elevato che moltissimi cadaveri non hanno potuto essere identificati e il solo metodo affidabile, l’analisi del Dna, non è realizzabile in Indonesia. "Un altro problema collaterale " prosegue Altit, esperto internazionale, specialista di ricostruzione post-conflitto " è rappresentato dalla difficoltà delle famiglie di prendersi carico degli orfani.
In parte questo è dovuto al problema di cui parlavo prima (l’impossibilità di dimostrare che i propri genitori sono morti), in parte al fatto che ad Aceh, provincia di rigida osservanza musulmana, il diritto familiare è regolato dalla sharia, che non consente l’adozione". Il nostro interlocutore dice di non avere conferme sulle presunte sparizioni di bambini di cui si è parlato nei giorni scorsi, ma sottolinea che, in base alle disposizioni delle autorità , gli orfani "devono essere affidati ai musulmani locali". Altit non ha inoltre rilevato casi di violazioni dei diritti umani o estorsioni nelle zone colpite dallo tsunami: "Le persone sono ancora così traumatizzate, e i danni talmente enormi, che è difficile pensare di approfittare della situazione. Al contrario ho constatato un autentico spirito di solidarietà ".
Da quasi 30 anni teatro della guerriglia separatista del Gam (Movimento per Aceh libera), questa provincia è un’area fortemente militarizzata e, secondo alcuni, l’esercito potrebbe approfittare della recente catastrofe per cercare di annientare la ribellione. Commentando le difficoltà di relazione tra i soldati presenti sul territorio e le organizzazioni straniere giunte ’in loco’ in soccorso delle vittime, l’avvocato ammette che "certi settori dell’esercito hanno guardato con diffidenza all’arrivo di stranieri in zone un tempo chiuse a qualsiasi elemento esterno. Se è vero che i militari hanno fatto cose utili per la popolazione, è comunque difficile discernere tra la loro intenzione di controllare il flusso di aiuti per poterli gestire meglio e la tentazione di limitare questi stessi aiuti". Altit conclude ribadendo la necessità di "creare procedure legali temporanee e d’urgenza per assistere la popolazione: sarà fondamentale per ricomporre il tessuto sociale oggi devastato". (a cura di Cèline Camoin) [LM]
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