Il Profeta è un film duro, teso, drammatico e richiede allo spettatore una improba fatica nel reggere le emozioni e tollerare la visione della miserevole vita dei detenuti ristretti in un istituto penitenziario francese, patria di Foucault, che non ha nulla da invidiare ai gironi infernali di Poggioreale o Regina Coeli. Lo stesso senso di angoscia che promana potente dalle sequenze realistiche di Gomorra. Ho avuto modo di gustare la pellicola a Parigi in lingua originale e suppongo che doppiato perda parte del suo fascino, perché il regista Jacques Audiard ha utilizzato arabo, corso e francese in tutte le sue declinazioni di argot malavitoso, mescolate ad un intreccio di gerghi, codici e culture diverse, ricreando quelle barriere che nella società moderna contribuiscono a separare gruppi, classi e nazionalità , impedendo qualsiasi possibilità di integrazione. Un giovane magrebino senza patria e senza famiglia, solo, analfabeta, inerme, finisce in prigione per una rapina, condannato a sei anni e ne uscirà completamente cambiato.
Imparerà a leggere e scrivere, ma soprattutto a fingersi servo, ruffiano, confidente, assassino. Saprà ascoltare molto, parlare poco ed imparerà a contare solo su sè stesso. Compie un atroce rito d’iniziazione ed imprime nella mente le gerarchie ferree che sovraintendono il feroce microcosmo darwiniano: il culto della brutalità , l’ambiguo scambio di ruoli con l’autorità , lo scontro tra i clan tradizionali e quelli emergenti dei musulmani; una realtà documentaria delle carceri francesi, che ha dimenticato il romanticismo della vecchia mala corsa, emula dei gangster del Padrino.
La preda deve trasformarsi in predatore, un denuncia che diventa metafora di una società malata, afflitta da lacerazioni sociali, politiche, etniche e religiose; una paziente metamorfosi in profeta, perché bisogna prevedere il futuro ed i cambi nella gerarchia del potere. I due protagonisti sono splendidi Tahar Ramin è Talik, il giovane, Niels Arestrup è l’iracondo e spietato boss corso, che strappa il novellino ai confratelli arabi, facendone prima un lacchè e poi un sicario. Le loro interpretazioni richiamano quelle mitiche di Pacino, Redford, Newman, mentre la regia ha il ritmo dello Scorsese di Casinò o del Buscemi di Animal Factory. 150 minuti interminabili che scandiscono solennemente la durata di un piccolo capolavoro.
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