Mangiare a Venezia costituisce un rebus a volte irrisolvibile.E’ tale e tanta l’offerta da risultare di difficile discernimento.
Ancora una volta serve un istinto che guarda al cuore e alla tradizione.
Dopo trent’anni dai miei esordi veneziani ho ritrovato tracce quasi immutate di memoria.
In Calle Cavalli ,l’ultima digressione verso l’interno che si diparte da Riva del Carbon...che con la contrapposta Fondamenta del Vin fa da incantevole contorno al tratto di canal Grande che guarda Rialto...,c’è ancora l’enoteca “Al Volto“.
E’ in assoluto la prima osteria-bacaro-enoteca di Venezia che ho visitato.Celeberrima per l’eccezionale cantina,ha conservato tutto il suo fascino,con pochi tavoli nella “calle“ e tanto calore al suo interno,sì da farne un luogo di sicura atmosfera.Una rapida sosta per rinverdire il “perlage“ dei ricordi e nella mente prende forma un altro fantasma del passato,la successiva meta:l’ “Aciugheta“.
Mi avevan detto che si era trasformata da “bacaro“ celebre per i suoi “cicheti“(la mitica “aciugheta“ per l’appunto...) a ristorante-pizzeria con annesso alberghetto a due stelle.
In Campo SS. Filippo e Giacomo all’imbrunire l’animazione è ancora notevole.Nei tavoli dislocati davanti all’ingresso del locale c’è quasi il pienone.
Si liberano dei posti e ci accomodiamo.
Il menù è di quelli ad uso e consumo del turismo di massa.
Ma fra le righe balenano lampi di autentica venezianità.
Ordino un gran misto di “cicheti“.Quel che degusto,di lì a pochi minuti,è un vero e proprio “excursus“ didattico nella cucina più autentica di Venezia.
Godo di ogni assaggio,di ogni boccone...e ritrovo l’ “Aciugheta“ di un tempo!
L’epopea dei “cicheti“ non è ancora tramontata.
Poi...la ciliegina sulla torta.
L’umile “bacaro“ si è dotato di una cantina di tutto rispetto.
Fra le proposte al bicchiere noto la presenza del merlot “L’Apparita“ del “Castello di Ama“.Il prezzo di 9 euro per 100ml mi fa dubitare sulla reale corrispondenza fra quanto scritto e la realtà.Chiedo lumi al cameriere che,per rassicurarmi,va a controllare e mi conduce la bottiglia:è del 1999,aperta da poco.
Assaggio così uno dei più grandi merlot italiani.
Risulta sulle prime un pò ossidato,con “nuances“ che richiamano il profilo olfattivo di un Porto di rango.
Dopo una doverosa ossigenazione il bouquet si apre e mostra un’eleganza e una finezza da vino di alto lignaggio,corrispondente ad una bocca complessa e intrigante,sapida e opulenta.Il retrogusto restituisce quel che,a primo impatto,sembrava sfumato:un frutto primigenio di notevole consistenza.
Francamente non potevo sperare di meglio...
ROSARIO TISO
*I contenuti dell’opera non possono essere riprodotti senza l’autorizzazione dell’autore
*Tratto dall’opera “Diario veneziano“ di Rosario Tiso
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