Parlando di vino,perché non è auspicabile un gusto monocorde,per quanto aulico,e non è utile alimentare preferenze organolettiche?
Perché il piacere è uno strumento interiore reso silente dall’uniformità dellabitudine.
“Io bevo solo champagne“... “Per me il vino è unicamente rosso“... “Fra i bianchi domina la Borgogna“ o i “riesling tedeschi“ o i “nettari alsaziani“ :il degustatore lungimirante respinge simili faziosità.
Come è bello abbandonarsi a sempre diverse sollecitazioni sensoriali. Ho scoperto recentemente il Fiano Minutolo,riscoperto l’Arneis,bevo tranquillamente il Kolbenhof di Hofstatter seguito da una Grande Cuvèe Comte Lafond di Ladoucette e da una ribolla “Anfora“ di Gravner:tutto può concorrere all’estasi enoica. E se mi fanno godere quei rossi freschi,polputi e fragranti dagli estratti elefantiaci,come ne scorrono ad ettolitri di questi tempi,parimenti un frutto reso esile dalla concia,incastonato in una corona di sentori terziari,mi eccita come e quanto le nebbie e le fumosità di nettari vetusti assediati da acetali,eteri ed esteri in elegante e raffinata armonia.
A quali prelibatezze rinunciano i bevitori saccenti,intransigenti,specializzati.
Per adorare uno spicchio,per quanto lussureggiante e luminescente,di bellezza... per decretare una superiorità,vantare una quadratura del cerchio,annunciare un esito finale e felice di una ricerca enologica e sancire una scala di valori,rinunciano all’ebbrezza dell’onniscienza,del trarre o saper trarre piacere dal tutto.
Bevo La Tache 2007,supposto infanticidio,e sento la voce degli Angeli;mi regalano la beva inaspettata ed entusiasmante di un Clos de Vougeot di quarant’anni e risuonano le trombe dell’Apocalisse;assaggio il Kurni e mi chiedo se sono da allargare i confini della pienezza gustativa;medito Gravner ed è come scoprire un sottofondo nellanima.
Si può mai liquidare come succo di frutta un vino che è passato attraverso fermentazione alcolica e malolattica,che ha fruito di 18 mesi di barrique e subito un ulteriore affinamento in bottiglia di sei mesi?
Si,se si è un inguaribile “rigattiere“ del gusto.
Si può mai decretare come imbevibile un vino dalle nuances complesse e misteriose,evoluto ed espanso,arduo e sottile?
Si,se si riconosce solo l’impronta primigenia dell’uva ed una certa diffusa vinosità.
Ho bollato da tempo come “randagio“ il mio gusto. Ondivago,anarchico,sincero. E se qualcosa mi pare di aver capito è che nelle grandi bottiglie corpo e anima hanno pari dignità. Fino alla prossima... attesa ed agognata... smentita da parte di un bicchiere.
ROSARIO TISO
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