Per certi professionisti della degustazione,per tanti di quelli che contano,che orientano i gusti e il mercato,i difetti assurgono a estrema prova di qualità.Sono quel “quid“ che qualifica un grande vino.
Si arrischia un’equazione aberrante: lieve difetto=vita,vivacità.
La si potrebbe definire una forma di “nevrosi enoica“.L’assurdità di ritenere la perfezione...se mai esistente...una banalità.Lo spauracchio di una spiccata fruttuosità e morbidezza del campione che possa ingenerare l’abbandono ad un piacere istintivo,puro...e non irreggimentato in uno schema precostituito.
E alla stregua di Marcel Proust che considerava privi di fantasia gli uomini che ricercavano prioritariamente la bellezza nelle donne,certi degustatori basano sui difetti la loro poetica.Soprattutto l’acidità e un’importante massa tannica,sempre ben accette anche se abbondantemente sopra le righe.Perchè garanzia di ulteriori lungaggini evolutive.Non importa se con esiti gratificanti per i palati destinatari.Tutto purchè duri,sembrano sottintendere riguardo ad una grande bottiglia.Andrà bene a loro...ma lascino agli altri la possibilità di costruirsi una tecnica degustativa che parta dalla verità e non da una soggettività,da un’individualità che si è voluta oggettivare.
Smettano questi sedicenti esperti di dire cos’è il vino,di quali profumi deve essere dotato,di quali consistenze consistere,di come e quando deve essere bevuto.In nome dell’ambiguo concetto di tipicità(anche una cosa cattiva può essere tipica...)si continuano ad erigere steccati ideologici.
Le idee devono essere al servizio dell’uomo e delle sue più profonde esigenze.
Quando un uomo finisce per servire le sue idee,conosce il tempo della cecità della fede.Alcuni amanti del biodinamico sarebbero capaci di incensare vini pieni di difetti e poveri di qualità per il solo fatto che interpretano alla lettera certe filosofie produttive.A me,sinceramente,interessa che il vino sia soprattutto piacevole.Certamente senza ricorrere a stregonerie.Ma che sia tipico,che abbia la struttura per sfidare i decenni,che interpreti pedissequamente la tradizione può non bastare.Se non dà emozione,e non riesco ad immaginare un’emozione disgiunta da una profonda sensazione di piacevolezza,non serve a niente.
Arduo godere di quei vini rancidi ai limiti della bevibilità.che richiedono l’attesa perché subentri l’assuefazione ad ammansire i sensi e a cancellare difetti e asperità.O bere quei vini spogliati dal tempo e spacciati per fini ed eleganti,quantunque magri ed eterei,anche se sono associati a nomi altisonanti e mitici.
Si può mai considerare freschissimo un vino del 1982?Questo favoleggiano certi degustatori che a dispetto della loro giovane età pensano “vecchio“.Sicuri che il 99,99% dei lettori non potranno smentirli ,non potendo accedere al nettare in questione.
Quel che mi appassiona è che un vino sappia abbinare la struttura importante, la ricchezza di frutto,la godibilità piena da giovane ad un’eventuale ricchezza di sfumature con l’invecchiamento.Che non deve essere un’assoluta necessità ma la curiosità di vedere come un prodotto così vivo,poderoso,palpitante può diventare col passare del tempo.Un vino che ti faccia esclamare...
“è proprio l’Ambrosia,il nettare degli Dei“.
Quante volte l’abbiamo detto o sentito dire, parlando di un vino capace di emozionare,di appagare,di indurre all’elucubrazione mentale,persino di fondere in un dato momento caratteristiche non rintracciabili in altri campioni e considerate antitetiche:perfezione tecnica e naturalità,eleganza e possanza,levità e consistenza.
Ma parlare di un vino che rasenti la perfezione schiude altri significati più complessi e profondi. Ci rimanda al sogno dell’autentico vigneron,all’antichissimo desiderio dell’uomo di realizzare l’immigliorabile vinicolo,con fatica,abnegazione,creatività.E l’uomo rimanda a sua volta all’eterno fattore, al suo operato nel dispiegare universo.
Poiché senza Dio l’uomo non è in grado di sognare, ma senza uomini l’universo sarebbe solo un gelido creato.
Produttore e degustatore si perdono nello stesso vagheggiamento.
I loro sogni sono necessariamente complementari.
Il grande vino è un sogno realizzato.
Ma è solo sul tuo silenzio...sul silenzo dell’intelletto...che il vino parla.E parla la lingua degli angeli.E parla di una bontà senza “se“ e senza “ma“,non differita ma presente già nel bevante.
ROSARIO TISO
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