Paolo Veglio è l’incanto di una cultura senza tempo e la percezione di una perduta declinazione d’umanità. Ci accoglie con le mani ruvide, calde e umide di fresco lavoro nel contesto della sua tenuta, in contrada Roccalini. Dall’ampio giardino antistante la casa si domina un’ansa del Tànaro, luccicante nastro argènteo che si staglia all’orizzonte baciato dai raggi di un sole in fuga verso arcani recessi crepuscolari.
L’edificio principale della cascina contiene un’ala di periodo napoleonico e antiche vestigia ancora intatte mentre d’intorno occhieggiano qua e là piante vetuste e spettacolari.
Poi c’è la famiglia. Il padre e la madre intenti alle occupazioni consuete. Visi franchi, puliti. Sguardi aperti, schietti. Paolo Veglio, come tanti uomini di Langa, seduce per la sua semplicità e la bontà dei suoi vini. Un Barbaresco lieve e complesso ci ammalia nella stupenda versione del 2008, pronta e dalla beva succulenta. Le uve sono raccolte in vigne vecchie contigue alla cascina e incastonate in uno scenario di bellezza mozzafiato. Il vino che ne deriva annulla le categorie del tipico e del territoriale perché le sublima nell’alveo del concetto di buono assoluto. Chiunque accosti simili nettari di così diretta piacevolezza non può non godere della loro levità, nonostante l’importante grado alcolico(miracoli dell’equilibrio!!), non può non apprezzare un’acidità misurata eppure presente, prefigurante un radioso futuro.
Alla fine mi viene naturale baciare sulle guance Paolo e sua madre, come si fa tra parenti e amici, nonostante un brivido di imbarazzo ne percorra i visi, e stringere la mano al padre in un impeto di appartenenza al loro mondo che è come il mondo di tutte le persone perbene.
Se Paolo Veglio è un figurante di un quadro di Monet, con Teo Musso si viaggia nelle fantasmagoriche astrazioni di Chagall. Sono affetto da un particolare strabismo fisico e spirituale:ho occhi e cuore solo per il vino. Ma con l’universo “Baladin“ è d’obbligo un’eccezione. Siamo a Piozzo e Teo Musso si muove sui crinali del puro vagheggiamento, capace di dialogare con modernità e marketing . E soprattutto sa orientarsi dove si sedimenta il sale della vita:nel piacere e nella creatività. Con Lui, in ogni momento, sembra di compiere un viaggio nei suoi sogni e nella sua poetica. Tutto quanto gli riguarda parla di un’anima dilatata, rivoltata come un guanto alla scoperta di ogni sua recondita piega per chiederne ragione, esplorarne possibilità. E farne, con il complesso di ricordi, sensazioni, emozioni che costituiscono il bagaglio esperienziale di ciascuno, un cantiere a cielo aperto. . . (ah, quanto ognuno di noi dovrebbe fare altrettanto, esprimersi, tirare fuori quello che ha dentro!).
Il birrificio(incredibili le birre invecchiate nelle botti dismesse di grandi vini italiani!!), la birreria, le molteplici creazioni figurative e architettoniche, e un’intuitività ondivaga che sfiora. . . trasfigurandoli tutti. . . i campi contigui alla sua attività e che si materializza in oggetti, progetti, iniziative le più disparate atte a dispiegare la sua grande anima , sono la cifra dell’uomo. Un’anima in costante volo, rapace e lieve, capace di ghermire e di blandire. Una vita di grande fascino perché si nutre del fascino della vita.....
ROSARIO TISO
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